Testata CSR
 
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L'intervento del Vaticano
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La vita quotidiana
I luoghi del ricordo
La riconoscenza
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EBREI IN CONVENTO
Roma 1943-1944

LA VITA QUOTIDIANA

Intere famiglie ebraiche o persone singole arrivarono alle case religiose tramite conoscenza diretta, non di rado per essere fornitori, o grazie a sacerdoti o conoscenti; invece altri si presentarono spontaneamente, bussando quasi a caso e ripetendo la richiesta in vari luoghi, fino a trovare un posto. Nascondigli sicuri divennero sottopalchi, cantine, corridoi dietro porte segrete, cappelle, vani interni ed esterni con accesso tramite botole, ambienti stravolti rispetto all’uso abituale, catacombe. Si distinsero i rifugi diurni da quelli notturni; quelli abituali e quelli dell’emergenza. Disseminati in molti ambienti, nei momenti di maggiore tranquillità gli ebrei si incontravano negli atri, o nei cortili, in giardino o nell’orto, attenti a evitare rumori e movimenti sospetti. Aule, saloni, pensionati, sottoscala, sottopalchi, cantine diedero ricovero a persone e talora anche a merce (tappeti, stoffe...), trattandosi sovente di commercianti. Al suono della sirena scomparivano nei ripostigli, nelle soffitte o trampetti. Nonostante la limitazione estrema delle uscite, gli uomini fecero dei sopralluoghi nelle proprie case o restarono in campagna nei periodi più calmi. La permanenza degli ebrei si innervava nella vita quotidiana delle case religiose. Bisognava evitare di essere scoperti da coetanei alunni, educande, degenti o ricoverati, come pure essere preparati a perquisizioni improvvise. Così si dovette imparare un nome nuovo, registrato (esistente o inventato, insieme alla provenienza dalle regioni meridionali già liberate dagli alleati, in modo che non fosse possibile il riscontro con gli uffici d’anagrafe). A molti sembrò opportuno imparare preghiere e canti religiosi, frequentare la messa e le processioni. Spesso fanciulle e ragazzi furono mescolati a collegiali.
In caso di perquisizione, si erano convenuti segnali e gesti abbastanza comuni, come tocchi particolari di campanelli, tocchi di campane, frasi in codice. Per l’emergenza era previsto di indossare anche abiti religiosi. Espressioni convenzionali erano usate nelle comunicazioni telefoniche per avvisare le famiglie della necessità di far tornare a casa un congiunto, a causa di una perquisizione imminente, oppure per attivare prontamente le strategie di occultamento, avendo appreso la notizia della retata dall’esterno e dovendo avvisare in casa in tempo.
Faceva parte dell’emergenza l’abilità di raccontare bugie sul proprio passato, senza confondersi e lasciarsi scoprire; la disponibilità a consumare talora anche cibi preclusi agli ebrei. I bambini erano istruiti sulla necessità di non urinare con gli altri, né a letto, nei conventi; di dire lo Shemà in silenzio; di badare ai fratellini più piccoli, perché fossero prudenti.
Gli ospiti rendevano talvolta dei servizi che in qualche modo compensavano le spese. Senza tessera annonaria, non pochi furono ospitati gratuitamente o quasi. Qualche donna ricamava o disegnava tovaglie. I bambini andavano a scuola. Ai ragazzi si impartirono talora lezioni di lingue. Le ragazze potevano aiutare nelle pulizie degli ambienti o nell’assistenza a bimbi di scuola materna. Qualcuna prendeva lezioni di pianoforte, varie frequentarono le classi post-elementari. L’estraneità dell’ambiente creava talora disagi, acuiti dal timore di essere scoperti, accusati. Molte volte i ragazzi ebrei non si conoscevano tra loro, per cui convissero senza riconoscersi.
Molti giovani e uomini si convertirono in giardinieri o seguirono corsi professionali, si intrattennero in letture, discussioni, ascolto della radio, disegni, fino all’allestimento di qualche recita.
In genere tra le religiose, i religiosi e gli ebrei si creava una certa comunicazione, soprattutto con le persone incaricate di provvedere al vitto e alle necessità personali. Non di rado ci fu stima reciproca, talora insofferenza.

 

 

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