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Mercoledi'
15 Ottobre 2003
Ottobre ’43: così la Chiesa di Pio XII
aiutò gli ebrei
Domani
saranno sessant'anni da quel sanguinoso 16 ottobre del
1943 in cui gli ebrei del ghetto di Roma furono rastrellati
dai nazisti e deportati nei campi di concentramento
hitleriani dove in gran parte avrebbero trovato la morte.
È uno degli episodi più orrendi dell'occupazione
nazista di Roma e vedo con piacere che per l'occasione
ci saranno, come già da qualche anno su iniziativa
del comune di Roma e delle comunità israelitiche,
cerimonie dedicate alla memoria di quella triste giornata.
Ma avrei piacere che stavolta si facesse il punto sulla
figura del pontefice dell'epoca, quel Pio XII del quale
mi sembrano acclarate se non le complicità almeno
le omissioni nei confronti degli uomini con la svastica...
Luigi
Conti, Roma
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Caro signor Conti, quel giorno, come lei ha detto, sarà
giustamente dedicato a ricordare quel che avvenne a
Roma sessant'anni fa. Ma non credo sia la circostanza
adatta per soffermarsi sulla figura di Pio XII, un pontefice
sul quale il dibattito è ancora aperto ma che,
come ho già avuto occasione di scrivere, a parer
mio è vittima di un accanimento storiografico
che ha in sé qualcosa di torbido.
Anzi, i fatti di quella notte del ’43 sono lì
a ricordarci - oltre agli orrori nazisti - ciò
che la Chiesa fece per gli ebrei, in quelle circostanze,
qualcosa che non può essere dimenticato. Anni
fa Renzo De Felice parlò di un centinaio di istituti
femminili, quarantacinque maschili e dieci parrocchie
che raccolsero e salvarono ebrei durante l'occupazione
nazista di Roma. A fine settembre si è tenuto
un seminario di studio del Coordinamento storici religiosi
presieduto da Giancarlo Rocca dal titolo «Povertà
e ricchezza di una storia nascosta» nel corso
del quale la storica suor Grazia Loparco ha documentato
quali furono, una per una, quelle case della salvezza.
Sulla scia dei lavori di De Felice e di un libro di
Enzo Forcella, «La Resistenza in convento»
(pubblicato da Einaudi dopo la morte dell'autore) che
raccontava dell’aiuto offerto dagli istituti religiosi
agli antifascisti, la studiosa è riuscita a contare
4.329 israeliti che trovarono scampo in quelle «isole
della salvezza» (l'elenco degli istituti e degli
ebrei è stato pubblicato da Avvenire lo scorso
martedì 23 settembre). E, sempre secondo la Loparco,
«sembra che perlopiù si tratti di cifre
per difetto». A margine di questo convegno, un
altro storico, Gian Maria Vian, ha ricordato che dopo
la notte dell'irruzione nel ghetto del 16 ottobre '43
che portò all'arresto di 1.259 ebrei, il mattino
seguente 252 furono rilasciati e 1.007 avviati ai campi
di sterminio. «Il fatto - ha notato Vian - è
un'eccezione nella storia delle deportazioni e il salvataggio
in extremis dei 252 "coniugi e figli di matrimoni
misti" potrebbe essere stato il risultato ottenuto
dalla Santa Sede in cambio della rinuncia a una protesta
formale e ufficiale da parte del Vaticano per l'accaduto».
È un’ipotesi che si leggeva già
tra le righe del libro di Forcella (il quale aveva notato
come la Chiesa fu l'unica a fare qualcosa in quel 16
ottobre del '43) e che aiuta a meglio inquadrare il
«silenzio» di Pio XII a fronte delle atrocità
naziste. Ma anche a non voler prendere per buona l’ipotesi
Vian, secondo lo storico cattolico Pietro Scoppola dalla
ricerca di suor Loparco viene fuori «una Chiesa
attiva nelle sue forme proprie mediante una Resistenza,
molecolare, diffusa, civile». E, aggiunge Scoppola,
«è difficile immaginare che la Santa Sede
ignorasse questo impegno generoso, continuo di accoglienza
svolto nella capitale dalle congregazioni e dagli ordini
religiosi sia maschili che femminili». Una storica
di origini ebraiche, Anna Foa, si è detta d'accordo
con questa lettura dei fatti: «Non vi è
dubbio che gli interventi delle comunità ecclesiali
siano stati compiuti se non con l'avallo ufficiale della
Santa Sede certamente con il suo consenso».
Documenti in tal senso, caro Conti, non ce ne sono.
Ma è davvero impensabile che decine, centinaia
di preti, suore, religiosi d'ogni tipo abbiano aiutato
in quelle circostanze migliaia di ebrei senza che papa
Pacelli ne sapesse alcunché. Perciò chi
sostiene che quel pontefice fu il «papa di Hitler»
dovrebbe pensare meglio a ciò che sta dicendo.
Un'enormità.
Paolo
Mieli (Corriere della Sera, 15 Ottobre 2003).
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